mercoledì 7 giugno 2017

Noi e il calcio Parte III



Con indiscutibile irruenza, il calcio bussò con i piedi infangati alla nostra porta, fece un buco nel legno, da dove uscì con premura la mia pazienza senza neanche guardarsi indietro, e, sporcando tutti i muri dell’ingresso, rimase con noi senza troppi convenevoli.


Nel corso di questi anni il calcio è entrato negli armadi (in modo disordinato, caotico, invadente). E’ entrato nella televisione (subdolamente, con piccole trattative all’inizio e con dittatrice imposizione, poi). E’ entrato nel cibo (che prende diverse forme di consumo in base agli orari di ritrovo o alla visione ineludibile dell’incontro in TV). E’ entrato nella lavatrice e impietoso nel calendario.

Dopo tre anni, inutile negarlo, è entrato anche nel cuore.


Come quando guardi le foto, come quando sfogli ricordi. Ti sembra che fossero piccoli e ora grandi. Che sia passato un secolo, la vita intera. Anche se, in effetti, per loro tre anni sono una bella fetta e alla fine più grandi si sono fatti per davvero.


Sono diventati bravi, che noi per bravi intendiamo che qualche partita si vince, e che quando si perde lo si fa degnamente, che non è roba da poco, considerando che quando eravamo partiti non ci era molto chiaro se il gruppo avrebbe giocato a calcio oppure al lancio dei coriandoli. Quindi, l’arrivare dove siamo ora può ben significare “essere diventati bravi”, ecco.


Sono cresciuti fuori, ma più ancora dentro. Merito di nuove conoscenze e rapporti, di innumerevoli docce e tante, tante corse. Merito di quei meccanismi preadolescenziali così efficienti nel fare del male e del bene contemporaneamente e indiscriminatamente. 


Hanno imparato quest’anno cosa vuol dire separarsi. Hanno provato l’incredibile sensazione del distacco e della tristezza, della forza degli abbracci e della sorta di magia che si vive versando insieme le stesse lacrime. 


Sono stati capaci di restare insieme. Di gioire insieme. Di poggiarsi il braccio sulle spalle, di consolarsi a vicenda, di farsi confidenze, di difendersi tra loro, di attaccarsi e chiedere scusa.


Ora vi sentite più grandi, e mentre vi guardate le ginocchia sbucciate rischiate di prendervi troppo sul serio. Forse noi rischiamo di essere i primi a farlo.

Tre anni fa eri in porta e ballavi. Qualunque cosa capitasse noi ridevamo e tutti voi saltellavate.

Ballate ancora, bambini. Non smettete di saltare e divertirvi. Così, anche se è vero che le vittorie si conquistano con il duro lavoro e l’impegno, a casa non porterete solo qualche medaglia ma la certezza di esserci riusciti perché vi tenevate per mano.


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